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Percorso di un giovane calciatore tra prestiti bancari e sogno Serie A: le storie di chi ce l’ha fatta senza debiti insostenibili

📅 29 Agosto 2026✍️ di Luca Fiengo⏱️ 5 min di lettura

Ho passato gli ultimi venti anni tra le scrittanie delle banche e gli spalti dei campi di provincia, e una cosa l’ho imparata bene: il calcio e la finanza personale seguono le stesse regole tattiche. Chi vuole arrivare in Serie A senza finire strangolato dai debiti deve giocare d’anticipo, proprio come chi chiede un mutuo. Eppure vedo ragazzi con talento vero che si rovinano le carriere perché non capiscono come gestire un prestito bancario o, peggio, si lasciano convincere da agenti senza scrupoli a firmare cambiali impossibili. Voglio raccontarvi le storie di chi ce l’ha fatta, perché meritano di essere conosciute.

Quando il sogno costa soldi veri

È capitato di recente di incontrare il padre di un ragazzo della provincia di Brescia, attaccante classe 2004, già seguito da due società di Eccellenza. Mi disse: “Mio figlio ha ricevuto un’offerta da una società con sede a Milano. Per iscriverlo serve uno sponsor, quindi ho pensato di chiedere un prestito bancario.” Subito ho fatto una domanda fastidiosa: “Qual è il piano se tra due anni lo riportano in Eccellenza?”

Quella domanda non me la ero mai fatta, eppure è la stessa che dovrebbe farsi ogni padre di un giovane calciatore in cerca di visibilità. Il rischio di una carriera calcistica è esattamente lo stesso di un’impresa commerciale: il 90% fallisce. E se fallisce, il debito rimane.

La Legge Usura|usura nel calcio dilettantistico non è scritta nei codici civili, ma esiste eccome: la vediamo negli interessi occulti degli agenti, nei costi di “intermediazione” per trasferimenti tra serie minori, nei prestiti garantiti solo dalla speranza. Ho visto ragazzi con un potenziale enorme ridursi a giocare in categorie inferiori solo perché dovevano prima pagare i debiti contratti dai genitori per permettergli di giocare in quelle categorie.

Le storie di chi non s’è indebitato (e ce l’ha fatta)

Michele Carbone, nome di fantasia per proteggere la privacy di un ragazzo che conosco bene, ha seguito una strada diversa. Cresciuto in provincia di Parma, aveva offerte da tre diverse società di serie superiore intorno ai sedici anni. Nessuna poteva garantirgli visibilità immediata, ma tutte chiedevano “contributi” alle famiglie. Suo padre, ex imprenditore agricolo, fece una scelta rara: disse di no a tutte.

Invece di rimanere a casa, Michele si allenò più duramente nelle categoria provinciali, senza fretta. Decise di prendersi il tempo di sviluppare il suo gioco, di studiare oltre al pallone, di capire se davvero il calcio era la sua strada o solo un’illusione adolescenziale. A diciotto anni, un osservatore della Reggiana lo vide giocare contro squadre di livello inferiore e decise di puntarci. Nessun prestito bancario, nessun intermediario, solo talento e pazienza.

Oggi Michele gioca in Serie C. Non è ancora Serie A, ma sta bene finanziariamente, studia ingegneria, e soprattutto non deve restituire denaro a nessuno. Quella scelta di suo padre—di rifiutare i prestiti facili—è stata più decisiva di qualsiasi contratto.

Un altro caso: Davide Rossi (nome ancora protetto) ha avuto un percorso più articolato. Aveva ricevuto un’offerta da una squadra di serie superiore con richiesta esplicita di “sponsorizzazione familiare” pari a cinquemila euro. La famiglia non aveva quella cifra disponibile senza indebitarsi. Invece di contrarre un prestito, sua madre ha contattato direttamente il presidente della società, spiegò la situazione con trasparenza, e propose un’alternativa: il ragazzo avrebbe contribuito attraverso piccoli lavori nella struttura della società. Il presidente disse sì. Oggi quel ragazzo ha 22 anni, gioca a buon livello, non ha un centesimo di debito addosso, e quella società lo ricorda ancora come l’unico giovane che ha imparato il valore del lavoro prima di quello della palla.

Gli errori che vedevo fare nei mutuisti—e li rivedo nel calcio

Quando lavoravo negli istituti di credito, tre erano gli errori ricorrenti: sottovalutare i rischi, contare su scenari ottimistici, e non avere un piano B. Nel calcio dilettantistico questi stessi errori sono ancora più comuni.

Sottovalutare i rischi significa pensare che un prestito bancario richiesto oggi per permettere a un ragazzo di giocare in una categoria superiore avrà sempre una controparte economica: una borsa di studio, un trasferimento pagato, una visibilità commerciale. Non accade mai così. La categoria superiore può significare solo competizione più dura e esclusione. Ho visto genitori che si sono ritrovati con 8-10mila euro di debito dopo che il figlio è stato rimandato in categoria inferiore dopo sei mesi.

Contare su scenari ottimistici è il classico dei classici. Mi è capitato di recente di consigliare un genitore che chiedeva un prestito personale per “investire” nella carriera calcistica del figlio. Gli ho fatto notare che lo Stipendio|compenso medio di un calciatore in Lega Pro è di 1.500 euro al mese, tasse escluse, e che la categoria inferiore spesso non paga nulla. Eppure il genitore contava di recuperare il prestito proprio dal futuro guadagno del figlio. Non ragiona così nessuno che chiede un mutuo per la casa, eppure nel calcio è la norma.

Un piano B è la cosa che manca più di tutte. Se il ragazzo viene infortunato, se non si adatta, se trova un’occasione di lavoro migliore fuori dal calcio? Il debito rimane comunque.

Le alternative concrete che funzionano

Negli ultimi anni ho visto aumentare le borse di studio vere, gestite da società professioniste e riconosciute dalle federazioni. Non sono aiuti paracadute, richiedono risultati tangibili e documentati, ma permettono ai genitori di non indebitarsi. Molti giovani calciatori con talento reale riescono ad accedere a questi programmi perché il loro calcio parla da solo, senza bisogno di pagare per visibilità.

C’è anche un’altra strada: il settore dilettantistico serio. Non tutte le squadre che giocano in categorie elevate chiedono contributi ai genitori. Le realtà più solide economicamente hanno strutture, sponsor veri, e non speculano sul sogno dei ragazzi.

La lezione che ho imparato sia nel calcio che nelle banche è sempre la stessa: il denaro facile di oggi è il problema concreto di domani. I ragazzi che arrivano lontano non sono quelli che hanno iniziato prima o che hanno pagato più caro, ma quelli che hanno avuto genitori con la pazienza di aspettare e la saggezza di dire no.

Luca Fiengo

Luca è cresciuto nelle curve della Serie B, poi ha lavorato per più di vent’anni come consulente mutui. La sua vera specialità sono i racconti dove compara schemi offensivi e pianificazione finanziaria, semplificando il mondo bancario ai neofiti del pallone e del risparmio.